Google ammette che il traffico fraudolento è strutturale
Google pubblica il report crediti per traffico invalido post-fatturazione, ammettendo che il fenomeno è strutturale e non marginale.
Google ammette che parte del traffico fatturato è invalido solo dopo l’addebito
Un inserzionista B2B imposta le conversioni offline, vede le conversioni totali salire, ma i profitti restano piatti. È un paradosso che chi gestisce campagne PPC conosce bene: la metrica “ovvia” inganna. Secondo un’analisi di Search Engine Land, le metriche PPC B2B ingannevoli possono spingere a ottimizzare su dati che non traducono in marginalità reale. Il problema non è l’eccezione, è la struttura stessa del sistema di pagamento pubblicitario.
Google ha da poco pubblicato una nuova documentazione che fa luce su questo cortocircuito. Il Invalid Activity Credit Report – lanciato il 2 giugno 2026 – riconosce che una parte del traffico fatturato è invalido anche dopo la fatturazione. Ma gli inserzionitori continuano a ottimizzare su metriche che non depurano il segnale dal rumore. Il risultato? Si amplifica un problema che Google stesso ammette essere strutturale.
Il segnale si perde nel rumore: il costo delle azioni miste
Il rapporto segnale-rumore nello Smart Bidding è spesso drammatico. Uno studio di Search Engine Journal calcola un rapporto segnale-rumore 9:1 contro l’algoritmo: per ogni segnale utile, nove sono rumore. Il motivo? Quando azioni ad alta intenzione e a bassa intenzione sono mescolate nello stesso pool primario, il modello perde contrasto. In pratica, un clic da un utente in fase di ricerca informativa e uno da un utente pronto all’acquisto vengono trattati allo stesso modo. Search Engine Journal suggerisce di adottare un framework primario/secondario per Smart Bidding per separare i segnali. Senza questa separazione, il bidding machine learning si allena su dati sporchi e le conversioni attribuite diventano fittizie.
Il nuovo report di Google: un’ammissione silenziosa
Il 2 giugno 2026 Google ha pubblicato una nuova documentazione sui crediti per click invalidi. Il report fornisce una ripartizione dettagliata dei crediti per traffico invalido su campagne Search e Performance Max. Google utilizza da tempo sistemi automatici di blocco traffico invalido prima della fatturazione, ma ora ammette che alcune attività invalide post-fatturazione vengono scoperte solo dopo l’addebito. In questi casi Google emette crediti post-fatturazione per traffico invalido. Il report include metriche standard affiancate da colonne per i click accreditati, le interazioni accreditate e gli importi accreditati, con un breakdown dei crediti a livello di campagna e metriche di performance aggiustate.
La novità non è tanto l’esistenza del traffico invalido – era nota – quanto la trasparenza sul fatto che una parte di esso sfugge ai filtri in tempo reale e viene riconosciuto solo a posteriori. Se il sistema di rilevamento a monte fosse perfetto, non ci sarebbe bisogno di un report di crediti post-fatturazione. L’ammissione è implicita ma chiara: il traffico fraudolento non è un’eccezione marginale, è un flusso strutturale che anche l’algoritmo di Google non riesce a bloccare completamente.
Dati sporchi a ciclo chiuso: cosa resta da misurare?
Se il sistema di aste e bidding si basa su dati che contengono una percentuale non trascurabile di attività invalida, ogni ottimizzazione – dal CPC all’offerta – parte da una base falsata. Gli inserzionisti che guardano solo le conversioni lorde, senza depurare il segnale con test di incrementalità (geo test, holdout, MMM), rischiano di inseguire un fantasma. La domanda aperta è: quanta parte del budget pubblicitario globale viene speso per clic che non generano alcun valore e che Google stesso, dopo mesi, rimborsa? E quanto quel rimborso arriva troppo tardi per correggere la strategia in corso? Fino a quando non si misurerà l’incrementalità reale – e non solo la correlazione tra clic e conversioni attribuite – il dato rimarrà sporco, e il ciclo di ottimizzazione continuerà ad amplificare il problema.