CuriosityStream vende l’archivio all’AI

CuriosityStream ha chiuso il terzo trimestre 2025 con quasi metà dei ricavi dalle licenze AI, superando gli abbonamenti. Resta il nodo dei creatori.

CuriosityStream vende l'archivio all'AI

Quasi metà dei ricavi trimestrali arriva dalla vendita di contenuti per l’AI, ma i creatori originali restano esclusi.

A fine ottobre 2025, CuriosityStream ha annunciato una serie di accordi di licenza che coprivano televisione tradizionale, servizi di streaming globali e piattaforme di addestramento AI di nuova generazione. In quell’occasione la società, nota soprattutto per i contenuti factual in abbonamento, indicò che i ricavi da licenza avrebbero superato la metà dei ricavi da abbonamento nel corso del 2025. Il dettaglio che in pochi hanno collegato al mercato dell’AI, però, era un altro: nel terzo trimestre del 2025 quasi la metà dei ricavi di CuriosityStream era già stata generata dalla licenza di contenuti per l’addestramento di modelli di intelligenza artificiale.

La fabbrica nascosta: i numeri del sorpasso

Il passaggio da servizio di streaming a fornitore di dataset non è una suggestione, ma un movimento misurabile. Secondo la ricostruzione di Ars Technica, la società ha completato 18 adempimenti legati all’IA con nove partner, su asset video, audio e di codice. A novembre 2025, la stessa fonte riportava che le entrate da licenza avevano già superato la metà di quanto il business degli abbonamenti aveva generato nell’intero 2024; nei primi nove mesi del 2025, la voce licenze era arrivata a 23,4 milioni di dollari. Questi numeri si collocano in un percorso più lungo: CuriosityStream aveva registrato il suo primo utile netto positivo nel primo trimestre fiscale del 2025, dopo circa un decennio di attività.

Gli stessi accordi, secondo quanto comunicato dall’azienda, sottolineavano una domanda mondiale forte e in accelerazione per il corpus premium di video e audio di CuriosityStream. A quel punto la domanda sulla natura del modello diventa inevitabile: quanto di questo valore resta nelle mani di chi possiede l’archivio, e quanto a chi lo ha creato? I documenti annunciati non forniscono una ripartizione.

Il denaro segue il corpus: chi vince e chi perde

Se il corpus è la materia prima, il flusso di valore è già tracciato. Nel terzo trimestre 2025 quasi la metà dei ricavi proveniva dall’addestramento AI e, lo scorso 29 ottobre 2025, CuriosityStream ha annunciato di prevedere che la maggior parte dei ricavi arriverà da accordi di intelligenza artificiale entro il 2027. A catturare questo valore è soprattutto chi detiene i diritti sull’archivio: la società stessa e i partner industriali che acquistano licenze per addestrare modelli. I creatori originali, invece, non compaiono nelle comunicazioni come beneficiari espliciti.

Nel mercato musicale il contrasto è netto. I principi indicati da Robert Kyncl per gli accordi sull’IA stabiliscono paletti espliciti: solo partner che adottano modelli con licenza, termini economici che riflettano adeguatamente il valore della musica e, per artisti e cantautori, la scelta di optare per l’uso di nome, immagine, somiglianza o voce nelle canzoni generate dall’IA. CuriosityStream, al momento, non ha comunicato garanzie analoghe per chi ha contribuito al proprio archivio documentaristico.

La tensione irrisolta: il valore dei creatori

Il contrasto apre una crepa più profonda: se un archivio diventa dataset, chi protegge gli interessi dei creatori dei contenuti? Non esistono, nelle comunicazioni pubbliche della società, indicazioni su meccanismi di opt-in, compartecipazione ai ricavi o limiti all’uso di voci e volti. È difficile dire se si tratti di un’omissione temporanea o di una scelta strutturale. Per ora, nessun dato chiude la questione, e questo è il punto da monitorare nei prossimi trimestri.

CuriosityStream ha trovato, nei fatti, una seconda vita economica: da piattaforma di streaming documentaristico a fornitore di corpus per l’addestramento di modelli. Ma la domanda su chi stabilisce e trattiene il valore di quei contenuti resta senza risposta. È lì che si giocherà la prossima partita, tra licenze, diritti d’autore e creatori rimasti fuori dalla stanza dei contratti.