Meta ha pubblicizzato app di nudo fake per mesi
Meta ha permesso migliaia di annunci per app di nudificazione non consensuali, nonostante le policy. Il Tech Transparency Project ha documentato il fallimento dell'enforcement.
Il Tech Transparency Project ha documentato 210 pagine riconducibili al partner cinese GatherOne, con annunci attivi anche dopo l’annuncio della
Giugno 2025: Meta annuncia con enfasi la stretta contro le app di “nudificazione”, quei software che usano l’intelligenza artificiale per generare immagini intime finte e non consensuali. Una dichiarazione di principio che, sulla carta, chiudeva il cerchio della responsabilità. Ma la metrica della policy dichiarata, da sola, è un dato ingannevole. Lo dimostra ciò che è emerso la scorsa settimana, quando il database di trasparenza pubblicitaria che la stessa Meta ha costruito per certificare la propria conformità ha rivelato una realtà opposta: uno dei principali partner pubblicitari dell’azienda in Cina, GatherOne, ha piazzato migliaia di annunci su Facebook e Instagram proprio per quel tipo di app. Il paradosso è servito: lo strumento pensato per mostrare pulizia è diventato la prova di una violazione sistemica.
È il Tech Transparency Project ad aver puntato i riflettori, analizzando le informative pubblicitarie delle pagine attive nell’Unione Europea. Il risultato è un inventario che sconfessa qualsiasi narrazione di enforcement efficace: 210 pagine Facebook diverse riconducibili a GatherOne, per un totale complessivo di 30.800 annunci che promuovevano applicazioni di face swap e altre app basate sull’intelligenza artificiale. Non un fenomeno marginale o un errore di moderazione, ma una presenza strutturata e persistente, che mette radicalmente in discussione l’idea che una policy annunciata equivalga a un problema risolto.
Dentro i numeri: 30.800 annunci e un partner strategico
Il volume non è l’unico dato a preoccupare. GatherOne non è un inserzionista qualsiasi: è un partner abilitato da Meta per gestire campagne pubblicitarie su larga scala in Cina, un canale di accesso privilegiato agli inventari di Facebook e Instagram. Le 210 pagine identificate da TTP non erano account isolati, ma nodi di una rete che ha operato per mesi, accumulando una quantità di impressioni potenzialmente enorme. A completare il quadro, arriva il caso concreto di BAfter, una delle app promosse proprio da annunci collegati a GatherOne. Secondo i dati di AppMagic, l’applicazione è scomparsa dal Google Play Store alla fine di luglio 2026, ma era disponibile e scaricabile almeno da dicembre 2024. Otto mesi di permanenza sullo store ufficiale di Google, durante i quali Meta, a sua volta, ne veicolava la promozione attraverso il proprio circuito pubblicitario. La timeline è incompatibile con l’annuncio di tolleranza zero fatto risuonare già a giugno 2025.
Dietro a queste cifre non c’è soltanto un problema di compliance pubblicitaria. C’è un impatto di genere che la letteratura disponibile documenta con precisione chirurgica. Il 98% dei video deepfake online ha contenuto sessualmente esplicito. E il 99% di questi prende di mira donne e ragazze. Non sono stime simboliche: vengono da un rapporto del governo britannico e si inseriscono in un ecosistema che, dal 2019, ha registrato un incremento del 550% della produzione di deepfake. Ogni annuncio pubblicato sulle piattaforme Meta non è quindi un semplice contenuto proibito: è un moltiplicatore di un danno già ampiamente mappato, la cui distribuzione colpisce in modo asimmetrico e prevedibile.
La pressione istituzionale non è mancata. Il procuratore distrettuale di San Francisco, David Chiu, ha inviato notifiche legali ad Apple e Google per chiedere la rimozione di 13 app di face swapping capaci di creare immagini di nudo non consensuali. Un’azione che mostra come il problema non sia confinato al solo ecosistema Meta, ma si muova lungo una filiera che va dagli store mobile alle piattaforme pubblicitarie. Eppure, nonostante questi segnali, il flusso promozionale non si è interrotto. L’app BAfter esce dal Play Store soltanto a fine luglio 2026: troppo tardi per centinaia di migliaia di potenziali download già avvenuti, e troppo presto per poter dire che la rimozione sia stata tempestiva o sistematica.
Quello che i dati non dicono
I 30.800 annunci sono una misura solida, verificabile, tragica nella sua concretezza. Ma la vera domanda resta aperta e riguarda proprio i limiti delle metriche che utilizziamo per valutare l’enforcement. Quando Meta rimuove un annuncio, riusciamo a sapere se quell’inserzionista è stato bloccato a monte o se ha semplicemente creato una nuova pagina il giorno dopo? Quando un’app come BAfter sparisce da uno store, le versioni equivalenti riappaiono con un altro nome, un altro developer, un altro account pubblicitario. Le metriche di conformità attuali – numero di annunci rimossi, policy pubblicate, pagine oscurate – misurano l’attività, non l’efficacia. Ci dicono quante volte l’interruttore è stato premuto, non se la corrente è stata davvero tolta. Senza un design serio di metriche di enforcement reale – tassi di recidiva, tempo medio alla riapparizione, copertura cross-store – le policy restano gesti simbolici e i database di trasparenza, per quanto utili, finiscono per svelare il fallimento molto più di quanto non documentino la soluzione.
Finché ci illudiamo che un annuncio di policy valga come metrica di sicurezza, i dati continueranno a raccontare una storia di fallimento. E le donne continueranno a pagare il prezzo di questa misurazione ingannevole.