Zuckerberg bloccò il divieto dei filtri di chirurgia plastica

Mark Zuckerberg bloccò il divieto dei filtri di chirurgia plastica su Meta, nonostante i rischi per la salute mentale delle ragazze. Il processo del 2026 farà luce.

Zuckerberg bloccò il divieto dei filtri di chirurgia plastica

La denuncia di 33 procuratori generali rivela che il fondatore di Meta ignorò le raccomandazioni degli esperti sulla salute mentale

Mentre in questi giorni si apre il processo contro Meta, torna a galla un dettaglio che spiega la strategia aziendale meglio di qualsiasi dichiarazione pubblica: Mark Zuckerberg in persona bloccò il divieto dei filtri immagine che simulavano effetti di chirurgia plastica, nonostante il consenso degli esperti sui danni alla salute mentale delle ragazze. Il dettaglio emerge dalla denuncia federale presentata da una coalizione bipartisan di 33 procuratori generali contro Meta Platforms, Inc. e affiliate, depositata il 24 ottobre 2023 e resa pubblica in versione ampiamente non secretata dal procuratore generale della California Rob Bonta alla fine di novembre 2023.

Il veto invisibile: come Meta ha scelto l’engagement

Il veto di Mark Zuckerberg alla proposta di Meta di vietare i filtri che simulano gli effetti della chirurgia plastica non è un aneddoto isolato ma il punto in cui la strategia si rivela. La decisione fu presa al vertice, nonostante le preoccupazioni che la tecnologia potesse danneggiare la salute mentale delle ragazze, scavalcando le obiezioni interne e un consenso degli esperti che ne sconsigliava l’uso. Non si tratta di una valutazione tecnica: è la conferma che, nel conflitto tra benessere degli utenti e coinvolgimento, la bilancia ha pesato sul secondo piatto.

I documenti interni raccontano una storia diversa da quella pubblica. Nonostante le dichiarazioni pubbliche che Meta non dà priorità al tempo trascorso dagli utenti, i documenti interni mostrano che Meta ha stabilito obiettivi espliciti per aumentare il “tempo trascorso” e ha monitorato meticolosamente le metriche di coinvolgimento, anche tra gli utenti adolescenti. In parallelo, Meta ha continuamente presentato le sue piattaforme come sicure, mentre i dati interni rivelavano che gli utenti subivano danni sulle sue piattaforme a tassi molto più elevati. È una doppia narrazione: verso l’esterno la sicurezza, verso l’interno la crescita.

La causa non nasce dal nulla. Il 18 novembre 2021, Bonta aveva annunciato un’indagine nazionale bipartisan su Meta e Instagram. La denuncia federale del 2023, frutto di quell’indagine nazionale, è arrivata quasi due anni dopo. Tra l’avvio dell’inchiesta e il processo di agosto 2026 passano quasi cinque anni, durante i quali il quadro è cambiato solo in un senso: i documenti interni hanno confermato ciò che la denuncia sospettava. Ma se il meccanismo è chiaro, resta da capire chi ne ha pagato il prezzo.

Il conto salato: minori, metriche e la difesa di Meta

Il prezzo lo hanno pagato soprattutto i più giovani. Meta sa che le sue piattaforme sono utilizzate da milioni di bambini sotto i 13 anni, incluso, in un dato momento, circa il 30% di tutti i bambini di 10-12 anni, e raccoglie illegalmente le loro informazioni personali. Lo fa nonostante Mark Zuckerberg avesse dichiarato al Congresso nel 2021 che Meta allontana i minori di 13 anni dalle sue piattaforme. Il divario tra la testimonianza pubblica e i dati interni è la misura esatta del problema.

Le metriche interne non sono neutre. Gli obiettivi espliciti sul “tempo trascorso” e il monitoraggio meticoloso delle metriche di coinvolgimento tra gli adolescenti raccontano di una macchina tarata sulla crescita; ma gli stessi dati interni mostravano che gli utenti subivano danni a tassi molto più elevati di quanto Meta dichiarasse. La promessa pubblica di sicurezza conviveva con un quadro interno che la contraddiceva.

Meta respinge questa lettura. Secondo l’azienda, è stata la citazione selettiva dei documenti interni da parte degli avvocati dei querelanti a costruire una narrazione fuorviante, che suggerisce che le piattaforme di Meta abbiano danneggiato gli adolescenti e che Meta abbia dato priorità alla crescita rispetto al loro benessere. È la classica contrapposizione tra due letture dello stesso materiale: l’accusa legge nei documenti la prova di una scelta di business, la difesa ne contesta la decontestualizzazione. Ma la strategia contestata dai procuratori non si ferma a Meta: lo stesso schema si è allargato ad altri attori dell’ecosistema.

L’onda lunga: TikTok, il processo e la domanda inevasa

Nell’ottobre 2024, le cause intentate da 14 procuratori generali statali contro TikTok per danni alla salute mentale dei giovani hanno seguito lo stesso schema delle azioni già intraprese contro Meta. Il procuratore generale della California Rob Bonta è stato esplicito: secondo lui, TikTok coltiva intenzionalmente la dipendenza dai social media per aumentare i profitti aziendali e prende di mira i bambini perché non hanno ancora le difese o la capacità di creare confini sani attorno ai contenuti che creano dipendenza.

Il processo contro Meta iniziato ad agosto 2026 è il banco di prova di questa tensione. Non si tratta solo di stabilire se Meta abbia violato la legge: il punto è se il modello di business fondato sull’engagement — il “tempo trascorso” come obiettivo esplicito — possa convivere con la responsabilità verso i minori. La denuncia non secretata ha mostrato che le priorità interne di Meta contraddicevano le dichiarazioni pubbliche; la difesa ribatte che si tratta di citazioni selettive. Spetterà al processo dirimere.

Se il processo stabilirà che Meta ha anteposto il profitto alla sicurezza dei minori, cosa resterà dell’intero ecosistema basato sull’engagement? È la domanda che, al di là dell’esito giudiziario, riguarda ogni piattaforma che ottimizza per il tempo trascorso e per il coinvolgimento degli utenti più giovani. La risposta, qualunque essa sia, ridisegnerà i confini tra crescita e responsabilità per l’intero settore.