Le parole chiave non servono più per comprare pubblicità
Google e Bing rendono le keyword opzionali con AI Max. I dati di prima parte diventano cruciali per competere nelle aste.
Le piattaforme generano rappresentazioni sintetiche dell’intento, combinando dati contestuali e comportamentali
Il meccanismo d’asta che per quasi vent’anni ha regolato la pubblicità su search si è appena rotto. Non perché siano cambiate le regole del RTB o perché sia arrivato un nuovo formato, ma perché l’input stesso che attivava l’offerta – la parola chiave – sta diventando opzionale. Le piattaforme hanno smesso di chiedere agli inserzionisti di dire cosa cercare, e hanno cominciato a deciderlo da sole, in tempo reale, usando segnali contestuali e comportamentali.
L’asta che non guarda più la parola
Il punto di svolta è l’introduzione di AI Max, il modello di bidding che Google e Bing hanno iniziato a spingere come default nelle campagne Search. Con AI Max, l’inserzionista può saltare la selezione manuale delle keyword e delegare alla piattaforma la decisione su quali query attivare il suo annuncio. Come racconta un articolo tecnico che ha contribuito a costruire il sistema keyword di Google, le parole chiave sono morte.
Al loro posto arriva un concetto nuovo: il synthetic keyword, una rappresentazione dell’intento generata dall’algoritmo che combina cronologia delle conversioni offline, dati contestuali e comportamento di ricerca in tempo reale. Non è più la singola stringa a triggerare l’asta, ma la probabilità di conversione calcolata dallo Smart Bidding. Il dato rilevante è che la revisione del Broad Match nel 2023 – che ha reso il match competitivo – ha portato a un aumento del 25% nelle conversioni su Target CPA. E AI Max, che di fatto rende le keyword opzionali, segue la stessa logica: l’inserzionista fornisce URL, asset e dati, e la piattaforma trova l’intento al posto suo. Anche OpenAI ha adottato questo approccio fin dal primo giorno, dimostrando che il futuro del search advertising non si costruisce più su liste di parole.
Il carburante nuovo sono i dati di prima parte
Se il controllo sulla keyword passa alla piattaforma, l’unica leva che resta all’inserzionista sono i propri dati. Google ha centralizzato questa funzione in Data Manager, il sistema che permette di collegare fonti come CRM, database ecommerce o dati di vendita fisica. Il meccanismo è semplice: caricando i dati si alimenta il modello di ML, che può così valutare il valore di un utente non solo su ciò che ha cercato, ma su ciò che ha realmente acquistato offline. Come mostra il video Data prep guide, collegare dati da sistemi backend fornisce una visione completa delle performance e permette di migliorare la misurazione delle conversioni. In pratica, si attiva un circolo virtuoso: più dati si condividono, più l’algoritmo capisce il funnel reale, e più l’asta premia chi ha storicamente convertito. Il risultato è che le campagne basate su conversioni potenziate e liste Customer Match caricati tramite Data Manager ottengono un vantaggio strutturale, perché l’algoritmo può riconoscere il cliente anche quando non digita il brand. Chi non ha dati di prima parte, o non li collega, si trova a competere con un handicap: la piattaforma vede meno segnali e, di conseguenza, valuta peggio la probabilità di conversione, alzando il costo per click su utenti che magari avrebbero comprato.
Il controllo si sposta, la trasparenza si assottiglia
Il passaggio dalla parola chiave al synthetic keyword ha un effetto concreto: chi guadagna sono le piattaforme, che incassano più margine gestionale e possono ottimizzare le aste senza vincoli di match type. Chi perde sono gli inserzionisti che basavano la strategia su una conoscenza granulare delle query e che ora vedono il controllo decisionale diventare una scatola nera. Microsoft, con il post Win across three eras, spinge AI Max come strumento per massimizzare la rilevanza, ma il rovescio della medaglia è che l’inserzionista non sa più esattamente su quale query è stato mostrato, e quindi non può fare tuning fine. La tensione irrisolta è proprio qui: le piattaforme chiedono più dati per alimentare l’intelligenza artificiale, ma in cambio offrono sempre meno trasparenza sull’asta. Non esiste ancora un meccanismo – né un deal ID, né una clean room – che restituisca all’inserzionista il controllo perduto. Il mercato aspetta di vedere se le autorità o i buyer riusciranno a imporre un livello di auditabilità che oggi non esiste, o se il programmatic si avvierà verso un modello in cui la scelta tra performance e trasparenza è definitivamente un compromesso.