Google ha nascosto un aggiornamento nei report pubblicitari

Google ha aggiornato le regole di reporting: i termini di ricerca mostrati potrebbero non riflettere la query esatta dell'utente, sollevando dubbi sulla trasparenza.

Google ha nascosto un aggiornamento nei report pubblicitari

Google ha modificato silenziosamente il reporting dei termini di ricerca per le interazioni basate su AI

C’è un paradosso nei dati che ogni performance manager conosce: un canale che sembra generare conversioni a catena può rivelarsi non incrementale quando lo si isola. Google, che da tempo spinge per una maggiore Data Strength, ha silenziosamente cambiato le regole del reporting, trasformando la misurazione in una scatola nera. L’AI è valida quanto i dati che la alimentano, ripete Google, ma aggiungere molte conversioni ha creato rumore nei sistemi ML. Ora la trasparenza dell’attribuzione è messa in discussione da un aggiornamento silenzioso.

Il cambiamento silenzioso: quando il report non mostra la query reale

A maggio 2026 Google ha aggiornato una pagina di aiuto di Google Ads, un aggiornamento delle regole di reporting che è passato quasi inosservato. La documentazione aggiornata suggerisce che i termini di ricerca mostrati nei report per le esperienze basate su AI potrebbero non riflettere sempre la query esatta dell’utente: i termini non esatti nei report sono diventati la norma. Alcuni termini riportati potrebbero rappresentare l’interpretazione dell’intento dell’utente da parte di Google. La modifica si applica a AI Mode e Overviews, Google Lens e autocomplete. È stata scoperta da Anthony Higman su LinkedIn, ma Google non ha mai comunicato pubblicamente il cambiamento.

Cosa significa per chi misura le performance

Gli inserzionisti potrebbero vedere termini mai digitati dagli utenti, perché Google potrebbe mostrare una versione normalizzata o interpretata dell’interazione. La modifica è probabilmente dovuta alle sfide pratiche della reportistica AI, ma il risultato è che il reporting perde di granularità. Un performance manager che analizza i termini di ricerca per ottimizzare le parole chiave negative o per capire l’intento reale degli utenti si trova ora di fronte a dati intermediati da un modello, non più a registrazioni letterali delle query.

Le domande che Google non ha ancora risposto

Google non ha spiegato pubblicamente quanta interpretazione avviene, se gli inserzionisti possono distinguere termini modellati da query letterali, come funzionano le parole chiave negative con l’intento interpretato, quanto i termini approssimati riflettono la frase originale dell’utente o se la coerenza dei report potrebbe cambiare con l’evoluzione dei modelli AI.

Restano sette domande in sospeso sulla trasparenza dei report. Senza risposte, ogni decisione basata su questi dati — dal bidding alle parole chiave negativa — si regge su un’ipotesi non verificabile. Fino a quando Google non chiarirà quanto i report siano un’interpretazione piuttosto che una registrazione, la misurazione delle performance delle campagne AI rimane una scatola nera.