Il backlog di Google Cloud è esploso a 514 miliardi di dollari
Il backlog di Google Cloud tocca 514 miliardi di dollari, quadruplicando in un anno. Ricavi in crescita dell'82%, ma emergono rischi di concentrazione e antitrust.
Il dato emerge dalla trimestrale di Alphabet, che registra ricavi cloud a 24,8 miliardi in crescita dell’82% anno su anno
Ieri, durante la presentazione dei risultati del secondo trimestre 2026, Alphabet ha comunicato un dato destinato a far discutere chi lavora con la supply chain del cloud enterprise: il backlog di Google Cloud ha toccato i 514 miliardi di dollari. Un anno fa, nello stesso trimestre del 2025, quella cifra si fermava a 106 miliardi. Alla fine del 2025 era già schizzata a 240 miliardi. Oggi è più che quadruplicata in dodici mesi. Non stiamo parlando di ricavi già contabilizzati, ma di lavoro già venduto, contratti firmati, impegni pluriennali che i clienti hanno sottoscritto e che Google dovrà onorare nei prossimi trimestri. È una cambiale sul futuro, e per chi conosce i meccanismi del lock-in tecnologico è il segnale che la partita dell’AI enterprise sta cambiando natura: dalla corsa all’innovazione alla costruzione di rendite garantite.
Il numero che cambia lo scenario
Nel trimestre chiuso al 30 giugno 2026, Google Cloud ha registrato ricavi per 24,8 miliardi di dollari, in crescita dell’82% su base annua. Una progressione che rende quasi timido il +63% del primo trimestre (20,03 miliardi, ben oltre il consenso di 18,05 miliardi secondo i dati raccolti da CNBC). Per dare una prospettiva: l’intero Alphabet ha fatturato 119,8 miliardi, +24% anno su anno. Cloud non è più una scommessa, ma il motore marginale della crescita del gruppo. Ma è il backlog il vero termometro clinico di ciò che sta accadendo sotto la superficie.
Il backlog — o “coda” di lavoro contrattualizzato — rappresenta l’insieme degli impegni di spesa che i clienti hanno già sottoscritto per servizi cloud e soluzioni AI ancora da erogare. Quando un’azienda firma un contratto pluriennale per utilizzare Gemini Enterprise, le API dei modelli o l’infrastruttura di training, quel valore entra nel backlog e si trasforma in ricavo solo al momento del consumo effettivo. La dinamica è simile ai “committed spend” di AWS o agli “Azure Consumption Commitments”, con una differenza: Google sta costruendo una concentrazione di impegni futuri senza precedenti. Già nel quarto trimestre 2025 il backlog era cresciuto del 55% trimestre su trimestre raggiungendo 240 miliardi, e in sei mesi ha più che raddoppiato. Oggi, 514 miliardi equivalgono a oltre cinque volte il run rate annuale implicito del Cloud — un run rate che solo un anno fa aveva superato per la prima volta i 50 miliardi e che a fine 2025 viaggiava sopra i 70 miliardi.
A spingere questa macchina c’è l’adozione pervasiva di Gemini Enterprise: il CEO Sundar Pichai ha comunicato che quasi il 90% delle aziende Fortune 100 lo utilizza. E le API dei modelli ora processano circa 22 miliardi di token al minuto. Sono volumi che parlano di integrazione profonda, non di test esplorativi. Per un’azienda che ha incorporato Gemini nei propri flussi, cambiare fornitore significa rifare data pipeline, re-ingegnerizzare i prompt, riconfigurare le policy di sicurezza. È esattamente il tipo di attrito che trasforma un contratto cloud in una rendita a lungo termine. Lo sanno bene le telco con i contratti di rete, lo sanno i vendor ERP con le implementazioni custom: il vero lock-in non si misura a dollari fatturati, ma a dollari già vincolati.
Ma chi sta pagando il conto di questa espansione?
La partita a due: Google vs Microsoft
Se il backlog è la cambiale, il confronto con il principale rivale mostra se il mercato la onorerà. Microsoft ha chiuso l’anno fiscale 2026 con Azure che ha superato per la prima volta i 100 miliardi di dollari di fatturato annuale. Dal lato SaaS, Microsoft 365 Copilot ha raggiunto oltre 30 milioni di posti a pagamento. Numeri solidi, ma la traiettoria segna una divergenza: Azure è cresciuta costantemente ma senza l’accelerazione parabolica di Google Cloud, che nel solo Q1 2026 aveva già battuto le stime con un incremento del 63% e nel Q2 ha ulteriormente accelerato all’82%.
La dinamica è quella di un duopolio che si sta polarizzando: Microsoft capitalizza sulla sua base installata di produttività con Copilot, Google trasforma la domanda di AI infrastrutturale e di modello in contratti cloud a lungo termine. Chi perde, in questa fase, è il resto del mercato. AWS non ha ancora mostrato numeri paragonabili nella corsa all’AI generativa; provider come CoreWeave e Nebius competono su nicchie di calcolo GPU ma non hanno la capacità di offrire l’integrazione verticale che Google sta impacchettando con Gemini 3 — il modello annunciato a novembre 2025, a otto mesi dal lancio di Gemini 2.5 — e con l’intero stack Vertex AI. Per il cliente enterprise, il costo di uscita da un ecosistema di modelli già addestrati sui propri dati sta diventando proibitivo. E questo si riflette nella lunghezza e nel valore dei contratti che alimentano il backlog.
Eppure, c’è una domanda che nessuno osa fare apertamente durante le call con gli analisti: quanto è solido, davvero, questo castello di impegni?
Il rischio dietro la coda
Dietro i numeri abbaglianti si nasconde una fragilità che pochi stanno considerando. Un backlog di 514 miliardi di dollari non è un asset garantito: è un’esposizione concentrata. Se una frazione significativa di quei contratti è legata a cicli di hype sull’AI che potrebbero raffreddarsi, o se i clienti iniziano a rinegoziare le condizioni una volta raggiunti i primi milestone, Google si troverebbe con una “coda” che non si converte in ricavi alla velocità prevista. Nel mercato pubblicitario — il terreno su cui Google ha costruito la sua potenza — fenomeni simili si sono visti con i minimum spend garantiti nei PMP che poi non si materializzavano. Nel cloud enterprise, la posta in gioco è più alta perché i contratti sono più rigidi, ma anche più opachi.
Inoltre, una concentrazione così marcata di impegni futuri potrebbe attirare l’attenzione dei regolatori. Se quasi il 90% delle Fortune 100 è già dentro Gemini Enterprise, e se i contratti pluriennali bloccano quote crescenti di budget IT, il rischio antitrust diventa concreto. Non è difficile immaginare un parallelismo con le indagini sui contratti di licenza Microsoft degli anni 2000 o con le attuali vertenze sulle pratiche di bundling nel mercato delle piattaforme. Il backlog non è solo un indicatore finanziario, ma una misura del potere di mercato accumulato. E 514 miliardi di potere di mercato futuro sono una cifra che farà drizzare più di un’antenna a Bruxelles e Washington.
La vera sfida per Google, in questa fase, non è vendere AI — ci sta riuscendo oltre ogni aspettativa. È dimostrare che questa coda miliardaria non è una bolla gonfiata da commit negoziati al rialzo in momenti di picco dell’hype, ma un portafoglio di contratti che si tradurrà in ricavi sostenibili anno dopo anno. Senza dover affrontare, nel frattempo, il contenzioso con le autorità garanti o la disdetta silenziosa di clienti che, una volta scaduti i lock-in, potrebbero scoprire che cambiare fornitore è meno costoso di quanto sembrava quando hanno firmato.