Amazon ha raggiunto il 75% della meta water positive

Amazon ha raggiunto il 75% dell'obiettivo water positive, ma 2,1 miliardi di persone restano senza acqua potabile.

Amazon ha raggiunto il 75% della meta water positive

La coalizione Get Blue unisce Amazon, Starbucks e altri per portare acqua potabile a 92 milioni di persone

Nei report di sostenibilità che si susseguono in queste settimane, un dato silenzioso segna un avanzamento: AWS ha chiuso il 2025 con il 75% del percorso verso l’obiettivo “water positive” — in forte accelerazione rispetto al 53% dell’anno precedente. Un passo da manuale in una corsa che, dal 2020, vede Microsoft dichiarare l’impegno a restituire più acqua di quanta ne usi entro il 2030. Ma basta sollevare lo sguardo dalle metriche aziendali perché il paradosso diventi tagliente: secondo i dati diffusi da Amazon, più di 2,1 miliardi di persone nel mondo non hanno accesso all’acqua potabile sicura, e la previsione per il 2030 parla di un deficit globale di acqua dolce del 40%. Due velocità che cozzano: la water positivity delle big tech accelera, mentre la crisi idrica allarga la forbice. Un cortocircuito che non riguarda solo la gestione delle risorse, ma la partita del branding nella sostenibilità, dove l’acqua rischia di diventare territorio di dichiarazioni parallele senza impatto collettivo.

Già nel settembre 2020, Microsoft aveva fissato il perimetro del proprio impegno: water positive entro il 2030. AWS, da parte sua, ha scelto di non fissare una data pubblica unica, ma di rendicontare anno per anno la marcia di avvicinamento. Nel 2025, quel 75% — comunicato dalla pagina ufficiale Amazon sulla sostenibilità idrica — suona come un annuncio di vantaggio competitivo nella narrazione della responsabilità. Ma la vera partita non si gioca soltanto tra due colossi del cloud. C’è una rete di alleanze industriali che, a monte, ridisegna il flusso di risorse e di reputazione.

La rete Get Blue e la mappa del valore

L’operazione ha un nome e una data di nascita precisi: Get Blue, lanciata al World Economic Forum di Davos lo scorso gennaio. Non un’iniziativa solitaria di Amazon, ma una coalizione multisettoriale che mette insieme Water.org, Gap Inc., Starbucks ed Ecolab — persino concorrenti diretti sul fronte retail e della ristorazione — con l’obiettivo dichiarato di portare acqua sicura a chi ne è privo. Il meccanismo è tanto semplice quanto calcolato: aziende di peso globale canalizzano fondi e attenzione su un partner specializzato, Water.org, che opera con soluzioni di microcredito e infrastrutture locali. In cambio, entrano in un ecosistema di reputazione che si traduce in visibilità nei report ESG, campagne di donazione integrate nei propri prodotti (Alexa, Amazon Music) e posizionamento nella corsa alla sostenibilità.

I numeri, però, raccontano una realtà ben più stratificata. All’inizio del 2026, al momento del lancio di Get Blue, Water.org aveva raggiunto 85 milioni di persone con accesso duraturo all’acqua potabile o ai servizi igienici, secondo il comunicato congiunto. A pochi mesi di distanza, nel luglio 2026, Amazon aggiorna la cifra: 92 milioni. È un progresso misurabile, ma si scontra con gli stessi dati diffusi dall’organizzazione: 2,1 miliardi di persone senza acqua potabile e 3,4 miliardi prive di servizi igienici sicuri. L’obiettivo di Water.org è ambizioso — 200 milioni di persone entro il 2030 — ma anche centrandolo, resterebbero oltre 1,9 miliardi di individui fuori da ogni copertura. Chi guadagna, nell’immediato, è il brand delle aziende partner, che possono esibire un impatto concreto: già dal 2020 Amazon ha supportato l’accesso all’acqua sicura per più di 1,25 milioni di persone, di cui 250.000 in India e Indonesia grazie a progetti dedicati, come documentato dalla stessa Amazon nel resoconto di una donazione decisa a monte. Beneficio diretto per le comunità raggiunte, certamente, ma il divario strutturale resta enorme.

In altre parole, il valore generato da Get Blue si muove su due binari: da un lato le comunità interessate, che ottengono un accesso che altrimenti non avrebbero; dall’altro le aziende, che accumulano asset di reputazione da spendere nella competizione di mercato — con AWS e Microsoft che, in sottofondo, continuano a muoversi separatamente sulla propria traiettoria water positive. La domanda inevitabile, che il dato dei 92 milioni non scioglie, è se questo modello di alleanze parallele e obiettivi diversificati possa davvero colmare un deficit che, al 2030, è previsto in 40 punti percentuali di acqua dolce mancante a livello globale.

Acqua contesa: la tensione che resta

Ecco allora il punto: la water positivity si sta affermando come una metrica da esibire, un vantaggio competitivo che ogni big tech cerca di conquistare con tempi e numeri propri. Ma l’acqua è una risorsa finita, e la crisi non aspetta le scadenze dei report. Il rischio è che, mentre AWS festeggia il 75% e Microsoft ancorava la propria promessa al 2030, le iniziative come Get Blue finiscano per funzionare come cuscinetti reputazionali: sufficienti a differenziare il brand, non abbastanza per spostare l’ago della bilancia sulla reale disponibilità di acqua potabile. In questa dinamica, chi perde non è soltanto chi resta senz’acqua — più di un quarto dell’umanità — ma anche la fiducia di un pubblico che, di fronte a metriche sempre più affilate, potrebbe iniziare a chiedersi se la water positivity non stia diventando l’ennesima frontiera del branding.

Le cifre, in fondo, sono lì: 2,1 miliardi di assetati, 3,4 miliardi senza servizi igienici, e una corsa aziendale in cui ogni giocatore dichiara il proprio progresso senza un raccordo collettivo capace di accelerare davvero l’inversione di rotta. Non è un caso che la stessa Water.org abbia scelto di coalizzare marchi concorrenti sotto un unico ombrello: una mossa che tradisce la consapevolezza che la frammentazione delle iniziative non paga. Ma finché l’obiettivo di ciascuna azienda rimane la propria percentuale, il bene comune rischia di diventare una somma zero. La vera risposta, insomma, non risiede nei report, ma nell’acqua che effettivamente arriverà a chi non ce l’ha. E su questo, il silenzio assorda.