Usa Today ha trasformato i suoi articoli in una miniera d’oro
USA Today Co. ha registrato un aumento del 125,6% degli altri ricavi digitali grazie agli accordi di licenza AI.
Gli accordi con Meta, Microsoft e Perplexity hanno generato 33,75 milioni di dollari in tre mesi
Il tesoro nascosto: le licenze AI
La notizia arriva dal fronte editoriale e ha il sapore di una piccola rivoluzione silenziosa: USA Today Co. ha generato entrate “notevoli” nel primo trimestre 2026 grazie agli accordi di licenza per l’intelligenza artificiale. A dirlo, nel corso dell’earnings call di fine trimestre, è stato l’amministratore delegato Mike Reed, che ha parlato di un “notable impact” sui ricavi del periodo. I numeri sono concreti: la voce “altri ricavi digitali” – che include syndication di contenuti, affiliazione, partnership con piattaforme AI e licenze – è cresciuta del 125,6% anno su anno, raggiungendo 33,75 milioni di dollari nei primi tre mesi del 2026. Una cifra che, in un contesto di pressione sul traffico e sulla raccolta programmatica tradizionale, rappresenta una boccata d’ossigeno per tutto il settore.
Il meccanismo è ormai chiaro: USA Today Co. ha siglato accordi di licenza AI con Meta, Microsoft e Perplexity – e, secondo Reed, è in trattative attive con altre aziende per nuovi marketplace emergenti. In pratica, i modelli linguistici di Big Tech pagano per addestrarsi sui contenuti editoriali di qualità. E se per anni gli editori hanno subito lo scraping incontrollato, oggi iniziano a incassare. Non solo: la mossa si inserisce in un trend più ampio. Taboola, la piattaforma di content recommendation, sta sviluppando un motore di risposta AI per editori, mentre News UK lo scorso 27 aprile ha annunciato la trasformazione dei dati first-party del Times in audience sintetiche per gli inserzionisti. Un passaggio logico: se l’AI è assetata di dati di qualità, chi li possiede ha una leva straordinaria.
Che questo sia un mercato in piena combustione lo confermano anche i numeri dei CMO. Secondo un recente report, gli chief marketing officer stanno allocando in media il 15,3% dei budget di marketing alle iniziative di intelligenza artificiale. Il 70% dei CMO dichiara di dare priorità a diventare leader nell’AI quest’anno, ma solo il 30% afferma di avere le capacità per farlo. Tradotto: gli editori che concedono in licenza i propri contenuti colmano un gap di competenze e fornitura, diventando fornitori essenziali per un ecosistema che cerca dati pronti all’uso. Ma se gli editori incassano, chi sta perdendo terreno?
Chi perde, chi guadagna
Mentre USA Today e News UK prosperano, la partita sull’identità e sui dati si fa spietata. L’esempio più eclatante è la mossa di Omnicom, che ha accelerato l’uscita da LiveRamp dopo l’accordo che ha portato Publicis ad acquisire la piattaforma di identity resolution. Omnicom aveva già in programma di lasciare scadere il contratto con LiveRamp fino al primo trimestre del 2028, ma l’acquisizione da parte di un competitor diretto ha reso la convivenza insostenibile. Il risultato è un “drop dead date” anticipato: Omnicom ha di fatto interrotto i rapporti ben prima del previsto. Il problema di fondo è la neutralità compromessa. Come osservato da analisti di settore, alcune holding concorrenti saranno diffidenti nel far transitare i propri dati attraverso un LiveRamp controllato da Publicis. In un ecosistema dove l’identità è il qualificatore per l’AI, chi controlla i dati controlla l’era dell’intelligenza artificiale.
Per rispondere a queste tensioni, l’industria sta cercando di costruire nuove architetture di governance. Ad aprile 2026, il Programmatic Governance Council di IAB Tech Lab ha avviato i lavori con partecipanti del calibro di WPP, Disney, Magnite, Yahoo, Amazon Ads e The Trade Desk. L’obiettivo è ridefinire le regole della trasparenza in un momento in cui le relazioni di potere cambiano rapidamente. Il contrasto è netto: da un lato gli editori che monetizzano i propri archivi con le licenze AI, dall’altro le holding e le piattaforme che si contendono il controllo dell’identità e dei dati di prima parte. In mezzo, la sfida di garantire che l’intermediazione resti neutrale e affidabile.
Il nodo della fiducia
Nonostante i dollari che iniziano a fluire, l’ombra dei deepfake si allunga. A fine aprile, Digiday ha sottolineato come l’ascesa dei contenuti generati sinteticamente rappresenti una nuova sfida di fiducia per gli editori. Se i contenuti di qualità sono il carburante delle AI, la possibilità che gli stessi strumenti vengano usati per produrre disinformazione rende ogni licenza un’arma a doppio taglio. L’industria ha trovato una nuova miniera d’oro, ma forse ha perso la bussola: senza fiducia, il valore di ogni accordo di licenza è fragile come un modello addestrato su dati non verificati. Il vero asset da proteggere non sono i ricavi a breve termine, ma la credibilità che rende quei dati preziosi.