Microsoft ha copiato le impostazioni AI Max da Google
Microsoft ha annunciato AI Max, che importa le impostazioni da Google Ads, trasferendo le scelte degli inserzionisti nelle campagne Copilot.
L’importazione attiva l’AI Max nelle campagne Copilot, trasformando le scelte degli inserzionisti in un ponte tra ecosistemi.
Ieri Microsoft ha pubblicato l’annuncio ufficiale di Microsoft AI Max, la nuova campagna pensata per gli ambienti Copilot. Ma il dettaglio che conta è un altro: come riporta Search Engine Journal, se una campagna Google Search ha le impostazioni AI Max abilitate, quelle impostazioni verranno attivate nella corrispondente campagna Microsoft Advertising dopo l’importazione. Non è un semplice lancio di prodotto: è un meccanismo di importazione che trasforma le scelte dell’inserzionista su Google in carburante per le campagne Copilot.
La mossa ha la logica di un walled garden. Microsoft non deve convincere l’inserzionista a ricostruire da zero la propria strategia: basta che l’importazione accenda automaticamente le leve AI Max già configurate su Google. Il valore non si crea soltanto nella nuova campagna; si sposta lungo il flusso di importazione. Ed è esattamente questo il punto che pochi hanno notato nell’annuncio di ieri.
Il ponte da Google a Microsoft
Il meccanismo è lineare. Un inserzionista che ha abilitato le funzionalità AI Max supportate in una campagna Google Search ritroverà quelle impostazioni attive nella campagna Microsoft Advertising corrispondente dopo l’importazione. Non c’è una fase di ricostruzione, non c’è una decisione separata: l’importazione fa da ponte tra la piattaforma di Google e l’ecosistema Copilot. Per Microsoft è un modo per ereditare decisioni già prese altrove, riducendo l’attrito e accorciando il percorso verso la monetizzazione degli ambienti conversazionali.
La domanda che resta aperta è perché questo flusso diventi così appetibile proprio ora. La risposta non sta nell’annuncio in sé, ma nei numeri che Copilot ha accumulato negli ultimi venti mesi e che ora giustificano la scommessa.
I numeri che spingono Copilot
Già nel dicembre 2024, secondo i dati first-party di Microsoft, i percorsi con Copilot registravano un aumento del 53% negli acquisti entro 30 minuti dall’interazione. A giugno 2025, secondo i dati first-party di Microsoft, gli annunci nelle esperienze Copilot generavano un coinvolgimento superiore del 101% rispetto agli annunci di ricerca tradizionali. E già nell’agosto 2025, i dati pubblicati da Microsoft mostravano tassi di click-through più alti del 73% e tassi di conversione più forti del 16% rispetto alla ricerca tradizionale; sempre in quella rilevazione, i percorsi dei clienti con Copilot risultavano più brevi del 33%, con meno passaggi verso la conversione.
Il quadro si completa con i dati più recenti. Nel secondo trimestre del 2026, secondo i dati first-party di Microsoft, la lunghezza media delle query negli Stati Uniti è aumentata del 14% rispetto al primo trimestre. Nei test iniziali citati nell’annuncio, gli inserzionisti hanno visto un aumento delle conversioni di almeno l’8% con Microsoft AI Max rispetto alle campagne di controllo con AI Max disattivata.
Sono numeri che descrivono un bacino di valore nativo: engagement superiore, percorsi più corti, query più lunghe che si prestano a un matching conversazionale. Ma c’è una tensione non risolta. Quei dati vengono da un ambiente Copilot nativo, dove l’utente sceglie di interagire con l’assistente. Cosa succede quando le campagne arrivano importate da Google, con impostazioni pensate per un contesto di ricerca tradizionale e trasferite senza riscrittura? Il ponte accorcia il percorso per Microsoft, ma non garantisce che la performance osservata in Copilot si ripeta nello stesso modo su inventario importato.
Controllo promesso, tensione irrisolta
Microsoft risponde alle richieste degli inserzionisti con controlli che, nel lancio di una campagna AI come AI Max, promettono di evitare la perdita di controllo spesso associata alle campagne automatizzate. Come segnala Navah Hopkins, il feedback degli inserzionisti ha spinto Microsoft a includere inclusioni ed esclusioni del brand, esclusioni di termini e regole URL. È un tentativo di tenere insieme performance e trasparenza, due dimensioni che nelle campagne automatizzate tendono a divergere.
Ma la domanda resta aperta: questi controlli resisteranno alla scala? Quando AI Max si estenderà sulle campagne importate da Google, il rischio è che l’importazione trasferisca non solo le impostazioni, ma anche la stessa opacità che gli inserzionisti cercavano di evitare. La promessa c’è; la prova arriverà con i volumi.
Il lettore dovrebbe chiedersi: se l’intelligenza artificiale rende le campagne più performanti ma meno trasparenti, chi controlla davvero il flusso del valore? E quando il ponte tra Google e Microsoft sarà percorso in entrambe le direzioni, dove finirà la trasparenza?