L’AI di Google Ads non ha abbassato il costo dei clic

La spesa pubblicitaria su Google Ads cresce del 14%, ma il CPC medio è stabile: più clic non equivalgono a migliori conversioni. Servono dati solidi.

L'AI di Google Ads non ha abbassato il costo dei clic

La crescita dei clic nella ricerca a pagamento tocca il 14% annuo, ma il costo medio per clic resta sostanzialmente

Hai aperto Google Ads stamattina e la dashboard ricalcolata con Gemini ti mostra un grafico che sale. Spesa su, conversioni su. Ma quando apri il report personalizzato e guardi il costo per clic, il numero è identico a sei mesi fa. Non è un bug. È il pattern che emerge dai dati di mercato.

Nel Q1 2026, la crescita dei clic nella ricerca a pagamento ha toccato il 14% anno su anno, uno dei tassi più forti registrati da Tinuiti. Eppure il CPC medio, nel Q4 2025, era leggermente diminuito mentre la spesa per la ricerca su Google saliva del 13%. Nel Q2 2026 la dinamica si è confermata: la spesa per ricerca a pagamento ancora su del 14%, mentre il CPC medio della ricerca saliva di un misero 1%. Compri più clic. Non clic migliori.

Il paradosso delle dashboard intelligenti

Google presenta le nuove dashboard di Google Ads come lo strumento che trasforma dati grezzi in visualizzazioni con prompt di testo. Gemini genera un riepilogo automatico in tempo reale che spiega il “perché” dietro i numeri. È costruito con la tecnologia Gemini. Ma spiegare il perché non equivale a cambiare il risultato. La narrativa della piattaforma è seducente: più insight, più controllo. La realtà nei fogli Excel di chi ottimizza campagne è diversa: il ROAS non si muove, il CPA resta incollato, e l’unica leva che ha girato è il budget.

Cosa serve davvero all’AI per funzionare

La questione non è se l’AI sia capace di ottimizzare. È di cosa si nutre.

La bidizzazione supportata dall’IA può rispondere ai percorsi di acquisto solo attraverso i segnali forniti dagli inserzionisti, in particolare i dati di conversione. Se il segnale di conversione inviato è sottile, incompleto o disallineato rispetto all’obiettivo di business reale, la campagna ottimizza verso attività che sembrano efficienti ma non servono l’azienda. l’algoritmo non sa cosa conta davvero se non glielo dici con precisione chirurgica.

Il consolidamento forzato di Performance Max e le spinte all’automazione non risolvono questa fragilità se la base è debole. Anzi: il requisito delle 30 conversioni in 30 giorni fa sì che, sotto questa soglia, la piattaforma veda frammenti del percorso anziché un modello utilizzabile. E nel frattempo, altri canali crescono eccome: su YouTube la spesa pubblicitaria è salita del 15%, su Instagram del 17%, su Amazon la spesa per gli Sponsored Products ha fatto +38%. La torta si allarga, ma la fetta di efficienza di Google Search non segue lo stesso ritmo.

L’unica leva che conta domattina

Il segreto non sta nel prompt migliore dentro la dashboard di Gemini. Sta nella disciplina che precede l’attivazione della campagna: definire eventi di conversione che misurano il valore reale, non il micro-obiettivo di vanity, e progettare strutture di account dove ogni segmento raggiunge quella densità di segnale. Il consolidamento strategico degli account può aiutare le nicchie a raggiungere la massa critica di conversioni che serve all’AI per fare scelte decenti — ma solo se prima hai fatto il lavoro sporco sul tracciamento.

Se domani mattina apri l’account e vedi spesa su, non festeggiare. Apri il report del CPC reale, togli i branded, guarda il margine netto. E poi chiediti: sto comprando più clic o sto davvero migliorando l’efficienza?