La FTC accusa Amazon di nascondere un sovrapprezzo pubblicitario
La FTC accusa Amazon di nascondere un sovrapprezzo nelle aste pubblicitarie, causando sovrapprezzi per 20 miliardi di dollari dal 2019.
La FTC e 22 procuratori generali si uniscono al contenzioso contro le pratiche della piattaforma.
Nell’asta programmatica il prezzo dovrebbe nascere dalla competizione trasparente. Ma se la piattaforma aggiunge un ricarico che nessuno vede, il valore si sposta in silenzio. È l’accusa che la Federal Trade Commission e 22 procuratori generali statali hanno formalizzato lo scorso 31 agosto contro Amazon: l’azienda avrebbe nascosto addebiti ingiusti nella sua asta di prezzi per la pubblicità digitale, in quello che la FTC definisce uno schema di sovrapprezzo pubblicitario segreto. Il punto non è l’esistenza dell’asta, ma cosa entra nel prezzo che l’inserzionista paga.
Il fantasma nel prezzo dell’asta
La controversia ruota attorno a una voce di costo che, secondo l’accusa, sarebbe rimasta fuori dalla rappresentazione trasparente della transazione. Non un errore tecnico, ma un meccanismo strutturale che avrebbe spostato margine dagli acquirenti alla piattaforma. Secondo Andrew N. Ferguson, presidente della FTC, Amazon avrebbe milioni di clienti pubblicitari indotti a pagare prezzi significativamente più alti. La tesi dell’autorità è che gli inserzionisti abbiano partecipato a un’asta senza sapere che il prezzo finale incorporava un sovrapprezzo non dichiarato.
Amazon ribalta la lettura: l’azienda stima che gli inserzionisti abbiano risparmiato oltre 8 miliardi di dollari dal 2021 al 2025 perché l’asta privilegia la rilevanza dell’annuncio rispetto al solo prezzo dell’offerta. Il paradosso è esattamente qui: da una parte l’accusa di un trasferimento opaco di valore, dall’altra la promessa di efficienza qualitativa. Se il meccanismo descritto nella causa fosse confermato, il silenzio avrebbe un valore quantificabile, non soltanto tecnico.
I miliardi che si spostano
La quantificazione è il passaggio decisivo. Secondo la causa, lo schema avrebbe fruttato ad Amazon circa 20 miliardi di dollari dai clienti pubblicitari dal 2019. Una cifra che descrive un trasferimento sistematico, non un incidente di fatturazione. La reazione del mercato non si è fatta attendere: le azioni di Amazon hanno chiuso in calo del 2,5% il giorno dell’annuncio. Non è un tracollo, ma segnala che gli investitori leggono il caso come un rischio reale per la macchina pubblicitaria, non come un contenzioso minore.
Il fronte con la FTC non si apre oggi. Amazon ha già raggiunto un accordo da 2,5 miliardi di dollari in un caso relativo all’iscrizione a Prime senza consenso. E la FTC, insieme a 18 procuratori generali statali e a Puerto Rico, ha inoltre citato Amazon sostenendo che sia un monopolista che usa strategie anticoncorrenziali interconnesse per mantenere illegalmente il proprio potere di mercato. In questo solco, la nuova causa sul sovrapprezzo pubblicitario non è un episodio isolato: è un tassello di un’azione regolatoria più ampia sul controllo dei flussi di domanda e sulla formazione del prezzo nei recinti chiusi.
L’arena antitrust si restringe
Nei giorni scorsi, il Dipartimento di Giustizia ha incassato una vittoria nel secondo caso di monopolizzazione contro Google. Il tribunale distrettuale degli Stati Uniti per il distretto orientale della Virginia ha stabilito che Google ha violato la legge antitrust monopolizzando i mercati della pubblicità digitale open-web. Il perimetro è diverso da quello di Amazon — lì si parla di open web, non di inventory di proprietà di un retailer — ma la tensione è la stessa: chi controlla l’infrastruttura dell’asta può decidere come si forma il prezzo e chi vede cosa.
La domanda aperta non riguarda soltanto Amazon o Google. Riguarda la possibilità di far convivere trasparenza delle aste e controllo dei walled garden. Se il prezzo si forma dentro un recinto chiuso, la trasparenza diventa un costo per chi gestisce il recinto. E il margine, per definizione, tende a non essere visibile.
Non è solo la difesa di Amazon a essere in gioco. È la domanda su chi, nell’ecosistema programmatico, può ancora decidere cosa è prezzo e cosa è margine invisibile.