La certificazione crypto su Google diventa un click
Google semplifica la certificazione per annunci crypto: da maggio 2026 si richiede direttamente dall'account Ads, senza moduli.
La semplificazione delle procedure potrebbe aumentare la concorrenza e il rumore di fondo nelle campagne
A partire da maggio 2026, ottenere la certificazione per pubblicizzare criptovalute su Google Ads non richiederà più l’invio di moduli alla casa madre. La nuova procedura permetterà a tutti gli inserzionisti di richiedere le certificazioni direttamente dal proprio account Ads, senza passare dal Centro assistenza di Google Ads. Sembra una vittoria della libertà pubblicitaria: la barriera all’ingresso si abbassa, il mercato diventa più accessibile. Ma per chi deve giustificare ogni euro speso, il vero nodo è un altro: quando tutti possono entrare, come si fa a capire se i propri annunci stanno davvero funzionando?
Da ostacolo a porta aperta: la nuova certificazione crypto su Google Ads
Il cambiamento, annunciato già nei mesi scorsi, è sostanziale. Google ha spiegato che la funzionalità sarà rilasciata gradualmente a tutti gli inserzionisti in un periodo di tempo – non tutti vedranno la nuova opzione subito. Chi è già in possesso di una certificazione o ha una domanda in sospeso non subirà alcuna variazione. A partire da maggio, inoltre, Google dismetterà completamente la possibilità di richiedere le certificazioni tramite il Centro assistenza, accentrando il processo nell’interfaccia di Google Ads, nella sezione “Amministratore > Norme > Account”.
Le certificazioni interessate riguardano exchange di criptovalute e wallet software, wallet hardware, coin trust e prodotti finanziari speculativi complessi. Per la prima volta, insomma, ottenere il via libera per pubblicizzare crypto su Google diventa un’operazione interna all’account, quasi un click. Ma il paradosso è evidente: più inserzionisti possono entrare, più lo spazio si satura, e più diventa difficile distinguere il contributo reale della propria campagna da quello del rumore di fondo.
Cosa si perde quando tutti possono entrare
Facciamo un passo indietro. La strada verso questa apertura è stata lunga. Sette anni fa, a settembre 2018, Google revocò il divieto di pubblicità crypto consentendo agli exchange regolamentati di fare annunci negli Stati Uniti e in Giappone. Tre anni dopo, nell’agosto 2021, impose una certificazione obbligatoria per exchange e wallet, con un modulo pubblicato a luglio 2021. Ora, nel 2026, la certificazione diventa un’autocertificazione gestita dall’inserzionista. Il percorso è chiaro: da bando totale a requisiti stringenti, e infine a semplificazione quasi totale.
Ecco il paradosso: maggiore facilità di accesso non significa maggiore precisione nella misurazione. Quando i competitor aumentano, il costo per clic tende a salire e la visibilità organica cala. Ma il vero problema è concettuale: in un mercato saturo, la correlazione tra click e conversione si confonde sempre più con l’incrementalità. Se un utente vede cinque annunci di exchange diversi e alla fine si registra sul tuo, è merito tuo o dell’ultimo messaggio? Il last-click attribuisce tutto a te, ma la realtà è molto più sfumata.
Per chi lavora con i dati, il consiglio è di non affidarsi alle metriche di piattaforma come unico indicatore. Servono modelli di marketing mix (MMM) che separino l’effetto della campagna dal trend di mercato, o test geo con gruppi di controllo. Google stessa offre strumenti di conversion modeling per aggiustare le attribuzioni, ma la loro efficacia dipende dalla qualità dei dati sottostanti. Con l’arrivo di nuovi inserzionisti, il segnale potrebbe diventare più rumoroso, e la capacità di isolare l’incremento reale si riduce. Non è un problema insormontabile, ma va riconosciuto.
Google vs. Meta: due filosofie, un’unica incognita
Mentre Google abbatte le barriere, Meta le alza. Per pubblicizzare criptovalute su Facebook e Instagram, gli inserzionisti devono presentare una licenza normativa riconosciuta e ottenere un’autorizzazione scritta da Meta. L’approccio di Meta è più restrittivo di quello di Google – una scelta che limita il numero di attori in gioco, ma che di fatto crea un mercato più controllato, dove la concorrenza è minore e forse più facile da misurare. La domanda è: quale ambiente offre più garanzie per chi vuole capire il vero ritorno sulla spesa pubblicitaria? Da un lato, l’apertura di Google favorisce l’innovazione e l’accesso, ma rischia di gonfiare le metriche. Dall’altro, la chiusura di Meta riduce il rumore, ma limita le possibilità di scaling.
In un ecosistema ibrido come quello attuale, la vera sfida non è ottenere la certificazione, ma sapere cosa misurano davvero i propri annunci. Con la nuova procedura di Google, la porta è spalancata: a chiunque, in teoria, può pubblicizzare crypto. Ma senza un framework di misurazione solido – test geo, holdout, modelli di attribuzione basati su dati reali – il rischio è di confondere l’accesso con l’efficacia. La semplificazione è un vantaggio operativo, non un lasciapassare per la performance.