La tv connessa ha un problema di metriche
Il 92% dei formati CTV non è programmatico. La standardizzazione IAB promette efficienza, ma rischia di automatizzare metriche di comodo.
La standardizzazione dei formati pubblicitari rischia di automatizzare metriche superficiali senza misurare l’efficacia reale
Il paradosso del 92%
Il dominio della televisione connessa in termini di audience non si è tradotto, per anni, in liquidità programmatica. Già nel maggio 2025, con il contributo CTV’s Creative Boom Needs Standards to Scale, l’IAB puntualizzava il collo di bottiglia proprio lì dove la creatività esplodeva: l’assenza di segnali standardizzati teneva la quasi totalità dei formati innovativi bloccati in canali non programmatici. Come riportava un’analisi IAB sulla creatività CTV, il 92% di quei formati non era negoziabile in asta, né misurabile con i flussi automatizzati. Il dato è paradossale: lo schermo più visto è anche quello con la minore fluidità transazionale, dove la frammentazione dei linguaggi tecnici costringe ancora a processi manuali e a una misurazione artigianale.
Standardizzare per sbloccare, ma a quale prezzo metrico?
La risposta, arrivata con il rilascio dello scorso maggio, si propone di rimuovere quell’attrito. L’articolo di approfondimento sul CTV Ad Portfolio ricordava che la standardizzazione dei formati pubblicitari riduce il tempo di creazione degli annunci e aumenta l’efficienza sbloccando transazioni programmatiche su larga scala. Le nuove specifiche definiscono come comunicare in modo automatico la presenza di un Pause Ad o di un Menu Ad, trasformando segnali che fino a ieri erano descrizioni non strutturate in token machine‑readable. Ken Weiner, CTO di GumGum, ha spiegato a un articolo di TV Technology che «la standardizzazione aiuta a rimuovere l’attrito così da portare più inventory nei canali programmatici e accelerare la crescita dei ricavi».
La promessa è chiara: meno operazioni manuali, più volume negoziabile. Ma il prezzo metrico di questa efficienza è tutto nella gerarchia dei segnali che la macchina leggerà. La specifica dirà al sistema che un Pause Ad è stato servito, ma non quanto a lungo è stato visibile senza overlay, né se l’esposizione abbia generato un incremento reale rispetto a un gruppo di controllo. Tradotto: automatizziamo la transazione su ciò che è facile catturare — formato, posizione, tipo di interazione — senza una garanzia che i KPI in uscita misurino qualcosa di più dell’avvenuta consegna. Per chi deve giustificare la spesa con l’incremento marginale, non con le impression, il rischio è di sostituire un collo di bottiglia tecnico con un vicolo cieco analitico.
Cosa resta fuori dalla misurazione
Il periodo di commento pubblico si è chiuso il 5 giugno, ma la domanda che la standardizzazione non affronta resta aperta: quali KPI rimarranno invisibili? Un Pause Ad che appare su una smart TV in salotto potrebbe generare attenzione se il telecomando viene posato per dieci secondi, ma senza una metrica di viewability pensata per quell’esperienza — diversa da quella lineare — l’efficacia si riduce a un semplice “formato erogato”. Test di holdout geografici o modelli di marketing mix potrebbero isolare l’incremento, però i segnali standardizzati oggi non portano con sé né un marcatore di controllo randomizzato né una pesatura dell’attribuzione multi‑touch. Si parla di crescita dei ricavi, ma non sappiamo ancora se le metriche che automatizzeremo ci diranno qualcosa sull’incremento reale delle vendite o della brand consideration.
Prima di applaudire allo standard, conviene chiedersi se stiamo costruendo rails veloci per i formati o semplicemente asfaltando una pista su cui far correre metriche di comodo. Il 92% sbloccato sarà davvero un guadagno solo se, a valle, sapremo separare la correlazione dall’incremento e il last‑click dal contributo effettivo. Altrimenti, avremo solo reso programmatico un silos di dati ciechi.