Google ha appena cambiato le regole della pubblicità online

Google introduce multi-party approvals e etichettatura AI nella Ads API v24.2, anticipando l'EU AI Act e cambiando le regole della pubblicità online.

Google ha appena cambiato le regole della pubblicità online

Con la multi-party approval e l’etichettatura AI, Google impone un doppio controllo su accessi e contenuti

Due giorni fa, il 24 giugno 2026, Google ha pubblicato l’annuncio della Google Ads API v24.2 sul blog per sviluppatori di Google Ads. Un aggiornamento di routine, verrebbe da pensare: nuovi endpoint, qualche campo aggiuntivo, la consueta manutenzione di una piattaforma che muove miliardi in spesa pubblicitaria. Ma se si guarda oltre la superficie del changelog, emergono due modifiche che insieme compongono un quadro molto meno ordinario. La prima impone un secondo amministratore per azioni sensibili sugli account. La seconda introduce campi di attestazione per i contenuti generati dall’intelligenza artificiale. Due interventi che, letti in controluce, spostano il baricentro del controllo dall’inserzionista a un sistema di validazione condiviso — e lo fanno con la precisione silenziosa di chi sa che la vera partita si gioca prima che qualcuno alzi la voce.

Il retroscena dell’API v24.2: il secondo sì che cambia tutto

La novità si chiama Multi-party approvals, abbreviato MPA. Tecnicamente, è un meccanismo che richiede l’approvazione di un secondo amministratore per azioni sensibili sugli account Google Ads — inviti a nuovi utenti, modifiche ai livelli di accesso, operazioni che toccano il perimetro di chi può mettere mano alla spesa. Nelle parole degli sviluppatori Google, questa funzione «mette in sicurezza le azioni sensibili sull’account richiedendo a un secondo amministratore di approvare le modifiche». Tradotto dal linguaggio tecnico: nessun amministratore singolo può più agire in autonomia su determinati snodi critici. Serve un doppio sì.

Il dettaglio che trasforma questa release da nota a strategica è nascosto nella documentazione ufficiale delle release notes: la funzionalità MPA è stata retroportata alla versione v23.3 dell’API. Significa che Google non si è limitata a introdurre il controllo nella nuova versione, ma lo ha esteso all’indietro, a infrastrutture già in produzione. Non è una prassi insolita nel ciclo di vita delle API, ma lo è il tempismo e la silenziosità dell’operazione. Per chi gestisce account advertising su larga scala — agenzie, trading desk, grandi inserzionisti con strutture multi-livello — il messaggio è chiaro: il modello di amministrazione singola sta per essere archiviato, e l’archiviazione è già partita. La domanda non è più «se», ma «con quali tempi e con quali margini di manovra» il nuovo regime di doppia approvazione diventerà lo standard operativo. Ma mentre Google rafforza il controllo interno, uno sguardo fuori rivela una mossa ancora più strategica, dettata da Bruxelles.

L’etichetta AI e l’ombra dell’agosto 2026

La seconda novità introdotta con la v24.2 — e retroportata fino alle versioni v22 e v23 — riguarda i campi Asset.synthetic_content_info e Ad.synthetic_content_info. Si tratta di attestazioni per contenuti sintetici o generati da AI, suddivise in due categorie: advertiser_input, ovvero dichiarazioni fornite direttamente dall’inserzionista, e system_input, rilevazioni automatiche operate dal sistema. È un’infrastruttura di etichettatura che non lascia spazio ad ambiguità: ogni asset pubblicitario potrà essere marcato come generato sinteticamente, con una tracciabilità che distingue ciò che l’inserzionista dichiara da ciò che la piattaforma rileva in autonomia. Il collegamento con la scadenza dell’EU AI Act — il 2 agosto 2026 — è esplicito. Nel post di annuncio, Google scrive: «Se ti stai preparando per l’EU AI Act che entrerà in vigore il 2 agosto 2026, esplora questa funzionalità». Non è un suggerimento velato: è l’ammissione che la compliance normativa sta guidando lo sviluppo di prodotto, e che il tracciamento dei contenuti sintetici non è più un esercizio di trasparenza volontaria ma un requisito con una data di scadenza.

Chi controllerà i controllori? Il futuro del programmatic è già qui

Se da un lato l’MPA promette sicurezza, dall’altro l’etichettatura AI impone trasparenza. L’intersezione di queste due forze disegna un nuovo campo di gioco, e vale la pena chiedersi chi ci guadagna e chi rischia di restare schiacciato. Partiamo dalla multi-party approval. Per gli advertiser enterprise con team ampi e strutturati, il doppio amministratore può essere assorbito nei flussi di lavoro esistenti senza troppi attriti — anzi, può diventare un argine contro errori operativi costosi. Ma per le realtà più piccole, quelle con uno o due amministratori totali, l’MPA introduce un collo di bottiglia: se l’unico altro admin è fuori ufficio, un’azione sensibile si blocca. Le agenzie che gestiscono decine o centinaia di account per conto dei clienti dovranno ridisegnare le proprie procedure di delega, con costi operativi che al momento nessuno ha quantificato. Google, dal canto suo, guadagna un layer di sicurezza che riduce il rischio di accessi non autorizzati e, per estensione, di frodi pubblicitarie — un tema su cui la pressione degli inserzionisti è costante da anni.

Sul fronte dell’etichettatura AI, il calcolo è diverso ma il risultato converge. L’EU AI Act impone obblighi di trasparenza per i contenuti sintetici, e Google si sta posizionando come l’infrastruttura che rende quella trasparenza tecnicamente possibile — e, non incidentalmente, verificabile. Per gli inserzionisti, l’impatto è duplice: da un lato, dovranno dichiarare proattivamente l’uso di AI generativa nella creazione degli asset, esponendosi a un controllo che prima non esisteva; dall’altro, il sistema potrà rilevare automaticamente contenuti sintetici non dichiarati, creando un potenziale disallineamento tra ciò che l’inserzionista afferma e ciò che la piattaforma registra. In un ecosistema dove la fiducia è già merce rara — tra viewability contestata, dati di attribuzione opachi e inventory di qualità variabile — l’introduzione di un’etichetta obbligatoria rischia di diventare un nuovo terreno di controversia. Chi perde? Gli advertiser che fanno uso massiccio di generative AI senza aver ancora costruito processi di governance interna. Chi guadagna? Le piattaforme che, come Google, possono offrire agli investitori pubblicitari la garanzia di un inventory tracciato e conforme.

Resta una domanda aperta, che nessuna release note può ancora rispondere: cosa succederà quando queste due spinte — il controllo condiviso dell’MPA e la trasparenza obbligatoria dell’etichettatura AI — si scontreranno nel vivo del programmatic? Immaginiamo uno scenario: un’inserzione generata con AI, etichettata come sintetica dal sistema ma non dall’inserzionista, attiva su un account dove un solo amministratore — in attesa del secondo sì — non può correggere la discrepanza. È un caso limite, ma non è fantasia. La direzione di marcia è tracciata: Google sta costruendo un’architettura in cui ogni azione sensibile è validata e ogni contenuto è tracciato. Per chi opera nella supply chain pubblicitaria, il margine per navigare a vista si sta restringendo. La compliance non è più un dipartimento separato dal media buying: è un layer incorporato nell’API stessa.

Nel silenzio delle API, Google sta ridefinendo chi può veramente accendere i rubinetti della pubblicità digitale.
E la partita è appena iniziata.